domenica 14 novembre 2010

Cesere Marconcini


Quando io l'ho conosciuto aveva sessanta anni. Lo conobbi quando le tornai vicino di casa.
Cesare era nato con la bici nel sangue. Lavorava in una ditta che inpiantava possaggi a livello e ne curava la manutenzione,un lavoro duro che comportava continui spostamenti per tutta la Toscana.Cesare non si spostava mai in treno, che avrebbe avuto gratis, ma prendeva il suo biciclettone con la borsa del mangiare al manubrio e via, a volte 30 km anche oltre Firenze. Batteva il marzuolo tutto il giorno e poi ritornava a casa in bici.Alla domenica si alzava presto, prendeva la bici da corsa e percorreva i suoi 100 km, al ritorno al primo pomeriggio raccontava al bar - il giro- che aveva fatto. Quando annunciai a Cesare che avevo comperato una bicigletta da corsa fu felice e mi disse subito:ora la domenica andiamo assieme, ti insegno io come si inizia una salita, che cambio ecc. Al bar mi avvertirono: quarda che Cesare ha un caratteraccio non và daccordo con nessuno.
Cominciammo ad uscire e lui mi insegnava i tanti trucchetti per stare in bici.
Per sei anni quando potevamo siamo sempre usciti insieme, è nata una amicizia profonda. Siamo rimasti amici anche quando io sono tornato in collina e lui è tornato col figlio a Certaldo. Poi un giorno mi arrivò la notizia della sua morte.
Ma chi era Cesare? Era figlio negli anni avanti guerra di un mezzadro di una fattoria a S Miniato Basso. Fin da bambino si appassionò alla bici, e con una senplice bicicletta cominciò ad andare con ragazzi che correvano e lui li staccava tutti. Allora con risparnmi comprò una bici da corsa,e subito si mise in evidenza: staccava tutti in allenamento. Prima che facesse la prima corsa il fattore chiamò il padre di Cesare e le intimò: se tuo figlio corre ti mando via dal podere.
Tornato a casa il poveruomo chiamò il figlio e le disse: Pensaci, se ci mandano via dove andiamo? Allora un mezzadro licenziato difficilmente ritrovava un altro podere. Cesare non ebbe esitazioni, portò la bici da un parente lontano e quando poteva senza tornare in zona saliva in bici e staccava tutti sulle salite, ma corse nò.
Nel dopoguerra quandoi mezzadri in lotta potevano fare come volevano per Cesare era già tardi per correre, e nel cuore gli è rimasto sempre il rimpianto di non avere potuto correre. Gli domandai una volta. quando è stato il giorno più bello per tè? mi rispose: quando è morto quel fattore. Questa è la storia di uno dei tanti soprusi che facevano gli agrari in quel tempo.
stralcio del mio libro: AllaGrazia di Guarda Chi C'è.
NELLA FOTO IL PASSAGGIO DELLA TIRRENO ADRIATICO DA VICINO CASA MIA

2 commenti:

Sandra Maccaferri ha detto...

Sto leggendo...sto leggendo caro Maresco e mi prende rabbia e commozione.

losmogotes ha detto...

Una cruda storia che ricorda quanto era difficile la vita dei "senza terra" nostrani.Peccato che tanta sofferenza e lotta sia stata cancellata per lasciare posto solo alla storia vissuta nei salotti degli eredi degli agrari.