domenica 21 novembre 2010

IO, LA NOTTE E I RICORDI

Eccomi affacciato alla finestra a scrutare nel buio della sera, una notte di Luglio, calda. Vedo nel buio immagini in movimento, i fari di una macchina, un aereo con i suoi lampeggianti, una luce che si accende nella casa della valle e su in cielo poche stelle offuscate dalla luce, laggiù in basso,sempre più luci che illuminano la pianura, dove a dismisura crescono appartamenti e capannoni industriali.
Ma la sera affacciato alla finestra, mentre una leggera fresca brezza mi da sollievo,io solo,si accendono i proiettori della mia memoria, vedo chiaro lo scorrere dei miei ricordi.
Eccomi bambino sull'aia a spannocchiare il granturco. Ora mi rivedo a scuola, il maestro che legge agli altri alunni il mio tema sul primo Maggio.
E ritorna alla mente il mio Primo Maggio a Castelfiorentino, le bandiere rosse, il canto della gente finalmente libera:
Vieni o Maggio
ti aspettan le genti
ti salutano i liberi cuor......

Vedo poi il camion per il trasloco una parola che dice tutto: lontano dalla tua valle, via da amici e parenti e da affetti.
Vedo le tante lotte sindacali, politiche per una vita migliore, per la pace.
La sconfitta e l'abbandono del mondo contadino, vedo la mia famiglia.
Vedo mia madre, sempre vigile,sempre in angoscia per la precarietà del portafoglio, quel rincorrere i bisogni della famiglia.
E mio padre umile contadino, ma animato da un grande senzo di libertà, da padroni,da persone, e nello stesso tempo rispettoso verso la gente.
Ecco,mi rivedo zio Torquato, sempre attivo, sempre al lavoro, in silenzio, un silenzio che gridava di quanta ingiustizia fosse stato vittima in gioventù. Lui grande lavoratore ha subito la più grande ingiustizia che un padrone agrario potesse fare ad un giovane mezzadro: la disdetta dal podere il giorno del funerale del padre, e lui ancora 17 enne era il maggiore dei figli.
E ricordo la sua morte, la morte di un uomo solo dentro una famiglia che le voleva bene. Ricordo il suo ultimo respiro, colpito nel dolore più profondo non volli che lo toccassero mani estranee,lo vestii a festa, lui che non aveva mai fatto feste sempre occupato nel podere o nella stalla; lavorare era la sua festa.
E mia nonna, grande cuoca, sempre presa dalla necessità di riempire bocche, con la poca disponibilità della mensa.
E Renzo, mio fratello: molti mi rimproverano, hai scritto un libro di ricordi e non parli mai di Renzo, eppure è stato oltre che per voi Martini una guida, un riferimento per tanta gente. Come facciamo a descrivere la vita di un familiare, e come può un contadino che oltre all'affetto ha condiviso lavoro insieme,compagnia,pensiero, difficoltà di ogni genere....Io posso scrivere del vuoto, del vuoto immenso che mi è rimasto alla sua scomparsa;e mi accorgo, giorno dopo giorno, che non potrò avere più consigli, discussioni,a volte scontri verbali.Ma sempre lo trovavi lì sotto la vettrice in Estate o alla stufa in inverno, a parlare con la sua pacatezza e competenza.
E il trascorrere la vita,ogni tanto lieta, molte volte amara, sempre vissuta con tanta passionalità,molte volte ingenuamente, ma mai con rinuncie preventive. la vita e una battaglia, dove non arrivi tù arriverà un tuo compagno, un amico, un tuo simile.
E' ora di chiudere la finestra e i ricordi, domani sarà un altro giorno e se ci sarò, sarà un altro regalo alla mia vita
Dal libro: radici Contadine maresco martini

3 commenti:

Adriano Maini ha detto...

Certo che ai giovani vicende come quelle da te descritte, e molto comuni qualche decina d'anni fa, vanno spiegate per bene. Se vogliono ascoltare ...

Sonia Ognibene ha detto...

Maresco, posso dirti solo grazie.

Sandra Maccaferri ha detto...

Rileggo qui e mi commuovo un'altra volta.
Come qui:
..."Lui racconta e mi accorgo che son passati cinquant'anni...".. Da RADICI CONTADINE, pag.49