venerdì 15 luglio 2011

IL VECCHIO E IL BAMBINO

Prendo spunto dalla celebre camzone di Guccini per fare alcune riflessioni sulla necessità di raccontare. Io mi ci sono provato e scrivere due libri di racconti per me non è stato facile, ma l'ho fatto ed a uno scopo: tentare di far conoscere il mio mondo, quello contadino che da tempo non esiste più ai giovani. Un obbiettivo fallito, i libri sono piaciuti ma solo a coloro che hanno la stessa mia età: il risultato è stato all'inverso, volevo raccontare ai giovani, invece ho suscitato solo nostalgie nei vecchi. Il perchè di questo risultato si spiega solo così: la mia generazione ha ucciso i ricordi! Troppo tempo abbiamo impiegato per rifiutare quello che di buono c'era nel passato e lo scollamento fra le generazioni è troppo forte. Me ne sono accorto l'altra nattina quando sono andato con l'operatore di Antenna 5 a fare le riprese di un percorso trekking, con noi c'era suo figlio di 16 anni, un ragazzo sveglio e che si interessa alle cose. Nell'attraversare un borgo ho detto - che quì un tempo era abitato da mezzadri e braccianti. Mi domanda: che cosa sono? eppure suo nonno era un mezzadro, i mezzadri in Toscana sono stati una stragrande maggioranza fra i contadini e nel dopoguerra hanno insieme agli operai diretto lotte, si sono formati dirigenti, sindaci, parlamentari, un contadino mezzadro quando entrava in fabbrica dirigeva le lotte operaie. Ma non ha raccontato come è arrivato ad avere una cultura di lotta cosi avanzata, non ha ritrasmesso il suo mondo alla generazione successiva, questo grave errore ora si paga caro! Come si fà a raccontare la preparazione di una lotta nelle campagne,come si viveva nelle campagne, ora a chi vede il contadino come viene chiamato ora: azienda?
Ecco dove la mia generazione ha fallito, cercando di andare avanti non raccontando, questo scollamento ora è difficile a recuperare. Possiamo ora solo sentirci dire? - Mi piaccion le favole...... raccontane altre.......

4 commenti:

Lara ha detto...

Maresco, queste riflessioni sono fondamentali per me. Una grande risposta al malessere e alla devastazione di questo nostro mondo:
"Troppo tempo abbiamo impiegato per rifiutare quello che di buono c'era nel passato.."
E' andata proprio così, caro amico e ora non siamo più capaci di fare passi all'indietro.
Grazie per questo pensiero che è anche il mio.
Ciao,
Lara

Adriano Maini ha detto...

Mi sono posto da tempo le tue stesse domande. Ma consentimi di dire che, per quanto lucida ed autocritica, la tua risposta credo colga parzialmente la realtà. Per completare il tutto ci vorrebbe un saggio di politologia ... Insomma, la colpa non può essere stata tutta delle vecchie avanguardie!

Il poeta sulle 23 ha detto...

Il problema caro Maresco, è stato lo scoppio della 2^ Guerra Mondiale. I salvatori d' Italia, gli americani, a cui sembra non ci sia mai fine alla riconoscenza che viene loro tributata dai governi di ogni colore che si sono succeduti dalla fine della guerra fino ad oggi, oltre a salvarci ( ma se non ci fosse stata la Resistenza ), difficle dire se ci avessero salvato, ci imposero la loro sub-cultura. Noi, da perfetti beoti, ci siamo accorti troppo tardi, che gli americani, esportarono sul nostro territorio, il loro stile di vita, la loro cultura, una cultura che insidiò la nostra, la indebolì. Noi, o meglio dire, quelli della tua generazione, non se ne resero neppure conto; sicuramente, non dubito, un' incoscienza in buona fede.
Quello che adesso lamenti, nel tuo post, sono i risultati. Ti ripeto, non lo dico per fartene una colpa, ma a mio parere, è esattamente quello che è successo.

Sara ha detto...

I tuoi libri mi sono piaciuti tantissimo: riesci a strappare un mezzo sorriso anche nelle situazioni scomode e magari dietro quel mezzo sorriso c'è anche un atto di denucia a favore di una civiltà, quella contadina, sfruttata e nondimeno fiera.
C'è un torto generazionale nel non aver condiviso quel sapere. E troppo benessere materiale, sebbene di qualità talora discutibile , nelle generazioni successive ha impedito che si manifestasse quella necessità che è madre di ogni virtù.